Dopo il caso Cambridge Analytica Apple blocca anche le app per minare criptovalute

Apple non ha solo tolto dall’App Store le applicazioni che minano Bitcoin e altre criptovalute, cioè quei programmi che spesso all’insaputa dell’utente e con solo vantaggio degli sviluppatori  sfruttano la potenza di calcolo dei processori per generare profitti solo per gli autori. Ma nell’aggiornare le regole che sovrintendono il suo App Store sta anche cercando di proteggere meglio gli utenti da quegli sviluppatori che “utilizzano” un po’ troppo con i loro dati: e raccolgono più informazioni di quante ne servirebbero per le rispettive app, e magari a rivenderle a terze parti.

Bloomberg è stata la prima ad accorgersi dell’aggiornamento, che non è stato annunciato ufficialmente, è ha anche individuato le modifiche alle condizioni. Queste nuove norme dispongono in modo più chiaro ed esplicito che agli sviluppatori è proibito trasformare l’elenco dei contatti degli utenti in un database che poi viene rivenduto. Ed è anche vietato “elaborare” quei dati, trasformando informazioni grezze in profili utente, cioè in identikit più precisi costruiti magari a partire dall’uso delle singole app. Comunque sarà possibile continuare a richiedere agli utenti l’accesso all’elenco dei contatti ma ai soli fini dell’uso all’interno dell’applicazione.

Però la comunicazione dovrà essere più precisa: in pratica gli sviluppatori dovranno spiegare esattamente cosa ci faranno, con quelle informazioni, e se serviranno per fini ulteriori dovranno, per ogni obbiettivo, chiedere il consenso.

Per evitare lo scambio di dati personali Apple cambia le regole dell’App Store

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